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16 Febbraio 2016, ore 22:00

Vernadsky Research Station, Galindez Island

 

Dopo la scorsa lunga notte, abbiamo deciso di salpare un po’ più tardi del solito per consentirci qualche ora di riposo.

Per le 12:00 l’ancora era su e ci siamo avviati verso uno dei più spettacolari tratti di questa nostra crociera: il Canale Le Marie.

Lasciata Wiencke Island avevamo davanti noi Butler Passage, un braccio di mare lungo appena 10 miglia.

Il vento, come da previsioni, era intorno ai 15 nodi di apparente sul nostro giardinetto di babordo, abbiamo così messo a riva il Gennaker, per ottenerne qualche nodo in più di velocità.

38 miglia ci separavano dal nostro successivo ancoraggio e volevo essere certo di coprirli con luce diurna e sapevo che il Le Marie avrei dovuto affrontarlo a motore e con grande cautela a questa della continua presenza di ghiaccio.

Nonostante le previsioni, un’alone bianco sulle montagne all’orizzonte, era un chiaro segno di neve spazzata via dal vento.

Nel giro di 20 minuti il vento ha iniziato a girare verso la nostra prua, rinfrescando sino a 25 nodi di apparente.

Abbiamo riavvolto il Gennaker e messo a riva il Genoa rollato al 100%.

Ancora mezz’ora ed il mare si era trasformato in una grande massa d’acqua bianca, con onde frangenti anche se solo di 3, 4 metri, mentre il vento ululava ormai ad oltre 40 nodi con raffiche sino 50.

Fortunatamente, rinforzando, il vento era anche nuovamente girato, consentendoci di poggiare e mantenere un angolo di 90°.

Abbiamo ridotto il Genoana sino al 40% ma la velocità restava comunque alta (10 nodi) e l’ingresso del Canale Le Marie sempre più vicino. 

Un fastidioso brivido mi correva per la schiena: dal binocolo sembrava fosse ostruito da una serie di Iceberg giganteschi.

L’idea di non poter entrare e dover mettere nuovamente prua verso l’inferno che stavamo attraversando non mi faceva stare tranquillo.

Le informazioni che avevo raccolto dalle barche rientrate a Puerto Williams e Ushuaia dall’Antartico, segnalavano questa stagione come un’anno con una eccezionale presenza di ghiaccio, anche se nelle ultime settimane in netto miglioramento.

Siamo giunti all’ingresso del Canale intorno alle 16.

La situazione non poi così drammatica come appariva al binocolo.

L’accesso al canale non era bloccato da grandi iceberg, ma una lunga striscia di grandi blocchi di ghiaccio lo attraversava completamente.

Chiuso il Genoa abbiamo approcciato questo grande ostacolo con i motori al minimo.

Una fastidiosa onda arrivava ancora sul nostro giardinetto di babordo, spinta dall’inerzia sviluppata grazie al forte vento incontrato nel Butler Passage

La striscia di ghiaccio era larga solo una decina di metri, per cui scelta un’area che appariva meno densa abbiamo iniziato ad attraversarla.

I motori erano praticamente a zero e il nodo o poco più di velocità che avevamo era più merito di onda ed corrente di marea che delle nostre due eliche.

I due scafi hanno iniziato a farsi strada ed in 5 minuti eravamo fuori dall’incubo per entrare in un sogno.

Il vento del tutto sparito, il mare una tavola blu scuro in cui Iceberg dalle più straordinarie forme navigavano nella nostra stessa direzione sotto il vigile controllo lungo entrambe le sponde di altissimi picchi neri cinti da ghiacciai che viravano da bianco candido all’azzurro acceso.

6 miglia e 2 ore in uno scenario fiabesco, non saprei come altrimenti descrivere l’esperienza di oggi, che da sola vale questi 14 mesi e 12.000 miglia spesi per arrivar si qui.

Eravamo diretti alla stazione di ricerca Ucraina Vernadsky, una base aperta tutto l’anno.

La base si trova nell’arcipelago delle Argentine Islands, sull’isola di Galindez, il cui accesso passa per uno strettissimo canale con Corner Island

Giunti al waypoint che marcava l’ingresso all’angusti passaggio, abbiamo ridotto la velocità ad appena un nodo.

Ijri e Dave su ciascuna prua e Matteo al centro pronti a segnalare ogni potenziale segno di basso fondale.

Le carte che abbiamo indicano a lettere cubitali “UNSURVEYED AREA”, ovvero area non investigata, non scandagliata.

Avevamo la base al traverso di babordo ed una freccia posta su un gavitello indicava “Vernadsky Station Here.

Ma la nostra carta per quanto “unsurveyed” evidenziava proprio in quella zona un susseguirsi di “x” che su una carta nautica stanno ad indicare scogli affioranti, ancorché la marea evidentemente alta subdolamente li nascondesse alla nostra vista.

Nonostante l’invitante segnale ho preferito proseguire, circumnavigando i The Buttons “shoals”  e provare un passaggio con meno “x”.

Lasciati i The Buttons a babordo avevamo nuovamente la base a prua dove un veliero era chiaramente alla fonda.

Lo abbiamo accostato e l’equipaggio ci ha fatto segno che più avanti era libero da ghiaccio.

Ci siamo inoltrati dunque nello uno stretto passaggio tra Winter e Galindez chiamato Stella Creek dove una insenatura della costa grande a sufficienza da far ruotare i nostri scafi ci attendeva.

L’ancoraggio, anche nei miei appunti, è considerato Hurricane proof, ma  con una barca delle dimensioni  di Angelique II non vi nascondo che è certamente da cuore in gola.

Ovviamente non esiste spazio a sufficienza per neanche pensare di mettere un’ancora in acque, l’ormeggio si fa ponendo 4 cime terra.

Il problema è che a Stella Creek, come del resto tutto qui intorno, la terra sta sotto alcuni metri di neve.

Ijri e Marteo si sono dunque arrampicati su per una parete di neve alta almeno 8 metri per assicurare le nostre cime a delle rocce.

Prima di salpare da Puerto Williams ho comprato 24 metri di catena da 10 mm che ho tagliato in 6 spezzoni da 4 metri da usare per assicurare le cime alle rocce, evitando coì di danneggiarle.

La manovra non è stata facile, soprattuto perché l’area è piena di nidi di Antartic Shag (scusate l’ignoranza ma non conosco ne il nome scientifico ne quello in Italiano) grandi uccelli dal grande becco, che infastiditi e forse preoccupati dalla nostra presenza hanno iniziato ad attaccare i nostri due eroi.

Sistemato l’ormeggio ci siamo seduti per gustarci un bel te e commentare il fantastico paesaggio offertoci dal Canal Le Marie.

Appeno qualche minuto dopo, lo skipper della barca ancorate di fronte la Base Ukraina è venuto a farci visita, una simpatica ragazza francese che si è presentata con immancabile cerata tecnica e ai piedi un paio di crocs senza calze!!!

La barca che comanda ha fatto oltre 40 crociere in Antartica e questa è la prima con lei da skipper, con 6 clienti e nessun aiuto: coraggiosa la ragazza

Mi domanda il perché ho fatto il giro largo per raggiungere l’ancoraggio invece di passare direttamente al lato della Base.

Le rispondo che la carta recita “UNSURVEYED AREA” ed è anche piena di x.

Lei mi assicura che passando molto vicino ad una boa a est della base non c’è alcun problema e che la profondità resta sempre sopra gli 8 metri. Registro il messaggio.

Lei ripartirà domani, è diretta Melchior Island e da li ritorna a Ushuaia.

La salutiamo con grande simpatia ed ammirazione.

Che marinai ste Francesi!

 

 

 

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