Languages

19 Febbraio 2016, ore 01:30

Vernadsky Research Station, Galindez Island

 

Sono in dimette, ho deciso di passare qui la notte, a controllare l’ancoraggio.

Ho attivato sia radar che allarme ancora e potrei riposare, ma non riesco.

L’adrenalina che ancora mi scorre in corpo non me lo consente.

Oggi ho vissuto le 20 ore più spaventose della mia vita.

Ve le racconto.

Alle 03:30 gli amici della Base Vernadsky ci hanno portato a bordo Mireille, che avremmo dovuto accompagnare sino a Port Lockroy.

Ijri e Matteo sono scesi a terra per liberare Angelique dalla ragnatela di cime  a cui l’avevamo assicurata ed alle 04:00 in punto abbiamo lasciato il nostro ancoraggio.

La luce iniziava a far capolino, ma avevamo acceso sia i due proiettori di prua che quello di poppa.

Mare piatto e neanche una bava di vento.

Non so per quale dannato motivo mi è venuto in mente il suggerimento della skipper Francese, ovvero di raggiungere il mare aperto passando a lato della base Ucraina, senza fare il giro che io avevo fatto al nostro arrivo.

Mi ricordavo chiaramente che mi aveva detto di passare vicino ad una boa rossa ad nord ovest della base.

Non so perché, ma uno stano senso di disagio mi accompagnava, tant’è che ho chiesto a Mireille conferma del fatto che davvero fossero passati da li.

Mireille mi ha risposto che non ricordava con esattezza.

A prua c’era Matteo, Dave e Adela a cui avevo affidato il compito di stare attenti ad eventuali segni di basso fondale.

Il senso di disagio permaneva tant’è che ho diminuito la velocità ad 1,5 nodi.

Appena arriviamo al traverso della boa, Bang!

Una sberla ferma la barca.

Provo a dare machine indietro tutta, ma nulla e l’unico risultato che ottengo è quello di veder scivolare, a poppa via la mia chiglia di babordo.

A questo punto sono certo di aver urtato qualcosa di grosso.

Guardo tutt’intorno agli scafi e mi accorgo che siamo seduti sopra uno scoglio non più profondo di 30, 40 centimetri.

Riprovo a mettere indietro le macchine, ma nulla.

Mentre chiedo a Vale di controllare immediatamente le sentine per vedere se abbiamo acqua, chiamo via radio la base Ucraina. 

Come in tutte le basi in Antartide, hanno una squadra di guardia h24.

Nel giro di 5 minuti ci raggiungono a bordo.

Mi confronto con loro sulla marea. Purtroppo è in discesa ed inizierà a risalire solo intorno a mezzogiorno (strane maree da queste parti).

Mettiamo il dinghy  in acqua e sistemiamo due ancore a poppa nel tentativo di aggiungere alla forza propulsiva dei motori quella delle cime che dalle due ancore abbiamo rinviato sui due whinch della randa.

Ma anche questo tentativo risulta vano.

Non restava altro che aspettare la marea.

Gli amici di Vernadsky ci hanno invitato a raggiungere la base per fare colazione.

Così ho deciso di accettare l’offerta, ma io insieme a Ijri siamo rimasti in barca per verificare meglio i danni.

La chiglia che abbiamo perso (e recuperato) non ha una funzione strutturale. E’ una chiglia sacrificale a protezione di timone e elica. 

Inoltre alla base ha un piatto in metallo su cui lo scafo appoggia quando si decide di spiaggiare gli scafi.

L’asse dell’elica mi sembrava fosse dritto, anche perché quando ho messo il motore indietro tutto nel tentativo di liberarmi, non avevo avvertito alcuna vibrazione.

Da un controllo però delle sentine, mi sono accorto che nella cabina di poppa (sempre a babordo) il penultimo madiere era scollato e, ad appena qualche centimetro a poppavia dello stesso, lo scafo presentava un piccolo rigonfiamento, segno evidente che qualcosa stava spingendo da sotto.

L’idea che la bassa marea avrebbe aumentato il carico su quel punto mi faceva venire i brividi alla schiena.

Così ho deciso che bisognava a tutti i costo alleggerire Angelique II.

Abbiamo iniziato a svuotare i serbatoi di gasolio, trasferendo il contenuto in taniche, ed il serbatoio dell’acqua. 

Poi abbiamo iniziato a sbarcare gli 80 metri di catena, bombole subacquee, tutti gli attrezzi ed utensili e le biciclette, valutando in circa 12, 13 quintali in meno lo sforzo fatto.

Nel frattempo una leggera brezza da nord iniziava a raggiungerci.

Sapevo che nel pomeriggio il vento si sarebbe fatto sentire ed era questa la ragione per la quale avevo deciso di salpare così presto.

Nell’ultimo viaggio fatto a terra per sbarcare i materiali sono andato a trovare il resto dell’equipaggio.

Gli amici Ucraini avevano preparato per tutti delle brande e dei sacchi a pelo, nel tentativo di farci riposare ed abbassare la tensione.

Nel frattempo il vento continuava a salire e soprattutto virare ad est.

Ho deciso di rientrare in barca chiedendo a Dave e a Matteo di accompagnarmi.

Nonostante fossimo all’interno del piccolo arcipelago, una fastidiosissima onda era già all’opera, mentre il vento spingeva contro di noi minacciosi blocchi di ghiaccio.

Nelle successive 3 ore abbiamo dovuto lottare contro un smisurato numero di blocchi di ghiaccio, tutti intenzionati a colpire la nostra infortunata Angelique II.

Abbiamo iniziato con il gommone, cercando di arpionare con un grande raffio i blocchi di ghiaccio e spostarli dalla traiettoria collidente.

Il vento era ormai costantemente sopra i 30 nodi e l’impresa risultava davvero difficile.

Nel frattempo a bordo il madiere continuava a scricchiolare, ed ogni crac era come una ulteriore pugnalata al mio costato.

Mentre ero in sentina a controllare l’evoluzione dei crac, Matteo grida dal ponte, che un grande blocco si è infilato trai due scafi ed è rimasto incastrato sullo scoglio sotto di noi, col rischio di continuare a rimbalzare tra gli scafi.

Impossibile raggiungere con il dinghy quella posizione, così indosso la muta stagna ed entro in acqua.

Lottando con la bestia bianca riesco a farla scivolare via.

Rientro in barca infreddolito dove il premuroso Matteo, mi ha già preparato un caffè bollente.

Sentiamo un crac più forte degli altri. Temo il peggio.

Corro in cabina ed il rigonfiamento sullo scafo è sparito.

La marea è tornata a salire, sollevando quel tanto che basta lo scafo di babordo per evitare che lo scoglio continuasse ad infilzarlo.

Mi rendo conto che in qualsiasi momento il vento, ormai a 35 nodi, potrebbe da solo disincagliare lo scafo.

Intorno a noi isolotti e scogli e due cime da 100 metri in acqua a poppa, collegate alle due nostre uniche ancore.

Un altro brivido mi corre per la schiena.

Provo a dare istruzioni chiare a Dave e Matteo: se la barca dovesse partire, lasciamo scorrere le cime verso il lato esterno di ciascun scafo e, una volta a pruavia, assicuratele ad una bitta.

Tutto chiaro?

Nel frattempo chiamo via radio la Stazione, chiedendo se possono inviare un gommone in appoggio nell’eventualità che la barca si disincagliasse.

Non faccio in tempo a mettere giù il microfono che al suono di un’altro crac, la barca viene spinta via dal vento.

I motori sono accesi da almeno mezz’ora, pronti e caldi.

Mentre cerco di tenere la barca al vento urlo ai miei compagni di iniziare a recuperare le cime.

Ma la cima sopravvento e’ in bando e si avvicina pericolosamente alla poppa di tribordo, metto il motore in folle. 

Uno scoglio si avvicina a babordo ed un iceberg è a meno di 50 metri dalla nostra poppa.

Devo necessariamente dare marcia avanti al motore e così faccio.

Riesco ad evitare lo scoglio ma dando forza al motore passo sopra la cima in bando che inevitabilmente si abbraccia all’elica.

Il cicalino del motore suona. Il motore è spento.

Il vento adesso colpisce il fianco di babordo.

Provo a dare indietro tutta con il motore di babordo nel tentativo di rimettere prua al vento ma un’altro implacabile cicalino, mi avvisa che anche l’altra cima ha raggiunto il suo motore, quello di babordo.

Bene sono senza motori, senza ancore in balia di vento e scogli.

Rimbalziamo su un primo scoglio, su un secondo dove dopo un paio di sobbalzi ci fermiamo.

Giunge il gommone della base e due gommoni da un bellissimo tre alberi che fa charter in Antartica: Europa.

Provano insieme a tirarmi fuori ma niente da fare, siamo un’altra volta ben seduti su uno scoglio, e sempre con lo stesso scafo.

Devo necessariamente recuperare le mie ancore. 

Vado in acqua e con un po di fatica riesco a liberare le due cime da 18 mm in polipropilene, ancora integre, dalle eliche.

Le affido a due gommoni con il compito di seguirle sino alle nostre ancore.

Faccio un controllo sulle sentine tutto ok, ancora una volta non sembra abbiamo seri danni.

So che la marea continua a salire e raggiungerà il suo massimo intorno alle 24:00, ancora 8 ore.

Nel frattempo riportiamo a bordo la nostra catena a cui assicuriamo l'ancora principale recuperata dal gommone di Europa, mentre la seconda ancora arriva con gli amici di Vernadsky.

Il vento adesso arriva sulla nostro giardinetto di tribordo e mi spinge sempre più sullo scoglio che sta sotto lo scafo di babordo.

Non avendo più la chiglia sulla scafo sono molto preoccupato per il timone, ancora un metro e lo scoglio se lo porta via.

Devo bloccare la barca in questa posizione sino a quando la marea non sarà sufficientemente alta da farmi scivolare via.

Chiedo ai gommoni intorni a me di aiutarmi a posizionare due cime su uno scoglio a circa 50 metri al traverso del mio scafo di tribordo, una assicura alla bitta di prua ed una a quella di poppa, ed un’ancora a poppa.

Dai gommoni continuano a chiedermi di lasciarli tentare a spingermi fuori.

Con tanta cortesia provo a spiegare di temere questa manovra per la sorte dei miei timoni.

Devo aspettare l’alta marea.

I Ragazzi di Europa mi dicono che rientrano alla nave, ma di chiamarli via radio per qualsiasi esigenza.

Gli amici di Vernadsky tornano alla base per cambiare timoniere, è congelato, ma tornano appena 15 minuti dopo.

Intorno alle 22 è quasi buio ed il vento è sceso a 20 nodi con raffiche di 25.

La barca è completamente piena di neve.

Nonostante continui a nevicare siamo in pozzetto mentre i nostri Angeli Ucraini sono ancora nel gommone affiancati al nostro scafo di tribordo.

Ad un certo punto sentiamo chiaramente che la barca inizia a sollevarsi dal fondo.

I motori sono ancora accesi e questa volta decido di anticipare la manovra.

Chiedo di mollare sia le cime laterali che quella dell’ancora di poppa in mare, verremo a recuperarle dopo.

Il vento mi spingerà in avanti dove ho acqua per almeno 300 metri e utilizzerò i motori solo quando sarà a distanza di sicurezza dalle cime.

Aspettiamo ancora 5 minuti e poi do il via.

Molliamo tutto, sentiamo ancor uno scricchiolio sotto di noi e poi più niente.

200 metri più avanti metto il motore di babordo in retro e quello di tribordo in avanti.

La barca gira a babordo, ma una forte vibrazione arriva da quel motore.

Ritorniamo a bassissima velocità verso la zona del nostro precedente ancoraggio.

No posso entrare a Stella Creek con questo vento, senza cime e con un motore che vibra in questo modo, per cui diamo ancora in 20 metri d’acqua, ma senza successo.

Ritento la manovra ben 5 volte sino a quando la mia santa ancora si impegna e trova un’appiglio a cui aggrapparsi.

Ijri nel frattempo raggiunge il gommone Ucraino e va a cercare di recuperare le tre grandi cime e la nostra ancora di rispetto.

Rientrati con successo chiedo di porre un cavo a terra a supporto della nostra ancora.

Le ragazze sono alla base dove i padroni di casa hanno preparato per loro letti, cena e tanto conforto.

Le raggiungiamo via radio e concordiamo che la cosa migliore per tutti è adesso quello di riposare.

Ovviamente io resto in barca e con me l’intero equipaggio.

Oggi credo di aver vissuto un’esperienza che neanche nei peggiori incubi avrei mai potuto immaginare.

Però, vi posso assicurare con certezza di non avere pensato, neanche per un istante, che avrei potuto perdere la nostra barca.

Domani penseremo a come riportarla a casa.

 
Undefined